Abito ad un passo da Villa Pamphili e dedico, quasi ogni giorno, un paio d’ore del mio tempo alle camminate “ veloci” nel parco: mi fanno godere di un verde intenso, di un silenzio rotto dalle cicale d’estate e dal vento d’inverno, a volte dall’abbaiare di un cane. I miei genitori sono stati degli sportivi amanti del mare, mio padre anche della montagna, e, a casa mia, si sentiva spesso questa frase: “camminare è un’arte”. Credo sia una citazione di un poeta o di uno scrittore, si intendeva, in senso più lato, l’arte di sapersi abbandonare alla natura e il camminare, forse insieme al nuotare, è quello che ti porta più vicino a questa unione salutare in un mondo ormai molto poco attento alla concentrazione, all’attenzione, che, invece, il camminare insegna. Si parla vorticosamente con gli altri, ma si ascolta poco. I cellulari, attraverso gli “hacker cattivi”, che ti possono localizzare e intercettare, prepotenti e violenti, hanno reso più pericoloso il bullismo, il cyberbullismo, il voler conoscere a tutti i costi i fatti degli altri per esercitare un controllo e creare forme di disagio, pericolose soprattutto nei giovani. Gli adulti hanno maggiori armi a loro disposizione per difendersi, se l’intercettazione non arriva, come purtroppo a volte accade, a forme di stalking. Spiare i segreti degli altri è sempre stato un forte impulso dell’essere umano. La cultura snobba il pettegolezzo, anche se quello “ buono” ha un suo perché, ma se si è contenti della propria vita, se si ama ciò che si fa, si perde qualsiasi interesse al pettegolezzo “cattivo”: la serenità allontana il livore dell’invidia, alla base del desiderio dell’accanimento di “sapere a tutti i costi”, di volersi impossessare della vita degli altri. La nostra vita appartiene a noi e a chi ci ama e l’uso sconsiderato del web rende questo, a volte, impossibile. Camminare è un’arte perché scioglie i pensieri, fa capire meglio le cose, permette che il pensiero si formuli in modo completo. Appoggiarsi ad un albero, abbracciarlo, quasi accarezzarlo ti mette in contatto con quello che ti circonda e con te stesso e ti regala una sensazione di benessere, di pace. Passo dopo passo, calpestando la terra arsa e gli aghi di pino d’estate, le foglie secche d’inverno, i pensieri si srotolano, la complessità delle cose della vita diventa più leggera, il ragionamento più efficace, raggiungi una visione delle cose che ti è impossibile davanti allo schermo di un computer.
Avvicinarsi alla natura, ascoltarla, può essere un passo per riappropriarsi di se stessi. Pochi giorni fa, durante la mia camminata a Villa Pamphili il tempo si è oscurato, minacciando pioggia, costringendomi a fermarmi in una panchina sotto un albero. Sulla panchina vicino sedevano un signore che leggeva un libro, appoggiata sulle sue ginocchia una ragazzina sui dodici, tredici anni, che ho immaginato subito fosse la figlia. ed infatti, poco dopo, si è rivolta al padre: “ Papà, ma quanto è bello non sentire i telefonini squillare” Il padre le ha sorriso, accarezzandola e stringendola a sè. Sono rimasta basita al sentire quella frase provenire da una ragazzina. Nel rialzarmi per riprendere la mia camminata non mi sono trattenuta e, passando davanti alla panchina, mi sono rivolta al padre: “.... non ho potuto fare a meno di sentire la frase di sua figlia, le faccio i miei complimenti per come la educa…” Ringraziandomi mi ha risposto: “Io cerco solo di lasciarle il cervello libero di pensare… è così che può diventare una persona e non un robot….” Ho ripreso la mia camminata pensando alla bellezza di padre e figlia: quel padre ha insegnato alla bambina un uso intelligente della tecnologia, ma così non succede per molti adolescenti attaccati al computer che hanno paura solo di “disconettersi”. Ed, improvviso, può arrivare il dramma: una fotografia “postata” in pose spregiudicate da un ex fidanzato incattivito per un rifiuto, la vergogna di essere sbeffeggiata, colpita nel più profondo, tu ragazza che non sei ancora formata al clamore della vita, ma hai in mano giochi pericolosi, vieni colpita e affondata. Ho intervistato, negli anni scorsi, per “UnoMattina” una mamma, la figlia quindicenne si era suicidata perché non ha sopportato la vergogna di essere presa in giro in continuazione sul web. La testimonianza di quella mamma non l’ho mai dimenticata: “ Non ho saputo insegnarle a non vergognarsi” mi disse “ non le ho saputo insegnare che non si parla con un computer." Rimane lo sconcerto, l’amarezza il dolore senza fine dei genitori e di un mondo di adulti impreparato….."Camminare è un’ arte perché i pensieri si mettono in fila, come i passi, uno dopo l’altro e “ i suoni non sono rumori” come dice il mio amico Lorenzo Doretti, ingegnere informatico che con la sua preziosa conoscenza tecnica mi aiuta a pubblicare questo blog, ma che è soprattutto un uomo colto, sensibile e attento agli altri.
Matteo Iacopini ha 15 anni, negli occhi la luce di un'intelligenza vivace, ma anche i barlumi di una fanciullezza appena lasciata : scuri e vivaci, scrutano l'intervistato, pronto ad ascoltare e, se è il caso, a ribattere. Sì perchè Matteo ha una passione, intervistare, raccontare: vuole essere un reporter. Ha cominciato per gioco a 13 anni, andando con gli amici a Ponte Milvio, anzi a Ponte " Mollo" come lo chiama lui e i "vecchi" romani, quelli proprio "de Roma" e facendo le sue prime interviste. E adesso " per Matteo è diventato un lavoro" mi racconta il padre, l'Avvocato Luca Iacopini, da lui Matteo ha ereditato l'acutezza e la rapidità, ma sicuramente anche la mamma Valentina Temperini ha messo del suo in un figlio così "speciale". Studia, ma quel correre a cercare le curiosità, i pareri dei suoi coetanei e dei passanti sui più diversi argomenti è diventata la parte centrale della sua vita, Matteo si considera un ...
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